
Mio nonno si chiamava Mario Brambilla, come me.
Di mestiere faceva il ragioniere all’OM. Di giorno numeri, conti, registri. Ma la sua passione era un’altra: la fotografia. E non si limitava a scattare. Le sue foto le stampava in casa, con le sue mani.
La stanzetta con la luce rossa
In casa aveva una stanzetta che aveva trasformato in camera oscura. Era illuminata solo dalla luce rossa. Ricordo la sua attrezzatura, l’odore degli acidi, e soprattutto le immagini in bianco e nero che lentamente si materializzavano nelle vasche di sviluppo. Un foglio bianco, e poi, piano piano, un volto, un paesaggio, un sorriso.
Lì dentro il tempo andava più lento. Era un lavoro di pazienza: misurare, aspettare, controllare, ricominciare. Forse per un uomo abituato alla precisione dei numeri era un altro modo di mettere ordine nelle cose, questa volta nei ricordi.

Le Dolomiti, negli anni Trenta
Tra le sue foto ce ne sono alcune scattate sulle Dolomiti, credo nei primi anni Trenta. In una c’è tutta la famiglia riunita davanti a una casa di montagna: nonne con il bastone, uomini in giacca e cravatta, bambini con i calzettoni. Tra loro ci sono mio padre, che allora aveva cinque o sei anni, e mia zia, che ne aveva tre o quattro.
Le stampe hanno ancora i bordi dentellati, come si usava allora. Le tengo in mano e penso che sono uscite da quelle vasche, in quella stanzetta, quasi novant’anni fa.

La sua macchina fotografica
Mio nonno non aveva una sola macchina fotografica, ma una è arrivata fino a me: una piccola Balda a soffietto, con l’obiettivo che esce dal corpo quando la apri e la tabella delle distanze incisa sul dorso, in tedesco. È consumata agli angoli, la pelle è screpolata. Quando la tengo in mano, penso alle sue mani che la tenevano prima delle mie.

Quello che mi ha lasciato
Mio nonno non mi ha mai fatto una lezione di fotografia. Mi ha insegnato qualcosa di più importante, senza dirlo: che una foto esiste davvero solo quando la stampi. Che un ricordo va fermato su carta, perché qualcuno, un giorno, possa tenerlo in mano.
Oggi porto il suo nome, e in un certo senso anche il suo mestiere. Officina Ricordi è la mia versione di quella stanzetta con la luce rossa: un posto dove le persone si siedono davanti all’obiettivo e i loro ricordi diventano stampe da conservare.

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