
Quando mio padre ha scattato questa foto a mia madre, io non esistevo ancora.
L’ho ritrovata, insieme ad altre, dopo che mia madre è morta. Ricordo la forte emozione nel vedere quanta felicità c’era in quelle immagini. Mia madre, Carmela, ride e guarda dritto verso chi la fotografa. Forse perché lei e mio padre erano fidanzati da poco. Immagino fossero in gita al mare, in un inverno freddo ma pieno di sole, a giudicare dal maglione a collo alto e dal cardigan che indossa.


In un’altra foto è appoggiata alla macchina di mio padre, una Fiat 600. In un’altra ancora è seduta al volante, con la portiera spalancata e il mare alle spalle. La 600 era il simbolo di un’Italia che cominciava a muoversi, che la domenica usciva di casa e andava al mare. Per due fidanzati voleva dire libertà.

E poi c’è lui, mio padre Giancarlo, in giacca e cravatta, appoggiato a un muretto davanti al mare. Quel giorno si sono passati la macchina fotografica: lui ha fotografato lei, lei ha fotografato lui. Due ragazzi che si guardavano a vicenda attraverso un obiettivo.
Una famiglia dietro l’obiettivo
Nella mia famiglia c’è sempre stato qualcuno con una macchina fotografica in mano.
Prima mio nonno. Le foto non si limitava a scattarle: le stampava in casa, in una stanzetta che aveva trasformato in camera oscura. Era illuminata solo dalla luce rossa. Ricordo la sua attrezzatura, l’odore degli acidi, e soprattutto le immagini in bianco e nero che lentamente si materializzavano nelle vasche di sviluppo. Un foglio bianco, e poi, piano piano, un volto, un paesaggio, un sorriso. Ogni volta mi sembrava una magia.
Poi mio padre, che ha fotografato e filmato tutta la mia infanzia. Io sono cresciuto davanti al loro obiettivo, prima ancora di stare dietro al mio.
Per anni quelle foto e quei filmati mi sono sembrati una cosa normale, quasi scontata. Solo con il tempo ho capito cosa mi avevano lasciato: la possibilità di rivedere i miei genitori giovani, felici, prima che diventassero i miei genitori. E ho capito anche perché quelle foto sono arrivate fino a me: perché qualcuno le aveva stampate.
Il valore che cresce
Il giorno in cui la scattiamo, una fotografia ci sembra poco più di un ricordo di quella giornata. Il suo valore cresce con gli anni: quando le persone ritratte cambiano, quando alcune non ci sono più, quando chi viene dopo vuole sapere da dove viene. Il tempo trasforma un’immagine qualunque nell’unica testimonianza di un momento che non tornerà.
Quel giorno al mare, per i miei genitori, era una domenica come tante. Non potevano sapere che quelle foto sarebbero arrivate fino a me, decenni dopo, e mi avrebbero raccontato qualcosa che nessuno mi aveva mai detto.
Oggi come ieri
Oggi, quando qualcuno si siede davanti al mio obiettivo, penso spesso a queste foto. Penso a mio nonno che stampava in casa, a mio padre, a quella domenica al mare. E so che sto facendo la stessa cosa che facevano loro: fermare un sorriso e metterlo su carta, perché qualcuno, un giorno, possa ritrovarlo.

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